Quando la tragedia non è un incidente: 40 morti a Crans-Montana

CRANS-MONTANA (1 gennaio 2026) – C’è un filo rosso che attraversa ogni tragedia annunciata: l’idea, tutta umana e tutta irresponsabile, che “tanto non succede”. A Crans-Montana, quella notte, è successo tutto ciò che non doveva succedere. E non per fatalità, non per sfortuna, non per un destino cieco. È successo perché la sicurezza – quella vera, concreta, fatta di uscite funzionanti, percorsi di fuga, controlli, responsabilità – era stata trattata come un optional. E quando la sicurezza diventa un optional, il prezzo lo pagano sempre i più giovani.
Un locale che ospita centinaia di persone aveva una sola via d’uscita: una scala stretta, inadatta perfino a un deflusso ordinato, figuriamoci a un’evacuazione di massa in mezzo al fumo, al panico, al buio. Una scala che, da sola, racconta un’intera cultura: quella del “basta che entri gente”, del profitto che prevale sulla prudenza, dell’idea che le norme siano un fastidio burocratico e non un argine alla morte.
E poi c’è l’assurdo, l’inaccettabile: un’uscita di sicurezza chiusa con un codice digitale, utilizzata solo da chi entrava dal retro senza pagare il biglietto. La porta che avrebbe potuto salvare vite trasformata in un varco per furbi, non in un presidio per tutti. Una porta che, nel momento decisivo, non era una via di fuga ma un muro. E un muro, in un incendio, è una condanna.
Come se non bastasse, la scintilla – letteralmente – è arrivata da una pratica tanto diffusa quanto pericolosa: bottiglie di spumante con petardi fissati sul tappo, una moda da social trasformata in miccia. Un gioco pirotecnico improvvisato che ha incendiato il soffitto, alimentato da materiali infiammabili e da un ambiente saturo di ossigeno, calore e leggerezza irresponsabile. Una combinazione perfetta per il disastro.
Il risultato è noto: un locale trasformato in trappola, un flashover che in pochi secondi ha reso impossibile respirare, vedere, orientarsi. Giovani che cercavano di salvarsi trovando solo ostacoli, non vie di fuga. Famiglie che oggi chiedono risposte, mentre qualcuno prova già a parlare di “fatalità”, “imprevedibilità”, “tragico incidente”.
No: non è stato un incidente. È stato il prodotto di scelte. Di omissioni. Di leggerezze trasformate in colpe.
La domanda vera, oggi, non è come sia potuto accadere. La domanda vera è: quante altre volte accade, ogni notte, in ogni città, senza che nessuno controlli davvero? Quanti locali vivono sul filo dell’irregolarità, confidando che nessuno verifichi, che nessuno chieda conto, che nessuno pretenda ciò che dovrebbe essere ovvio: la sicurezza come diritto, non come concessione?
La tragedia di Crans-Montana non è un caso isolato. È lo specchio di un sistema che tollera l’irregolarità finché non diventa cronaca nera. E allora, come sempre, arrivano le lacrime, le corone di fiori, le visite ufficiali, le promesse di “fare chiarezza”.
Ma la chiarezza è già sotto gli occhi di tutti: quando si chiude un’uscita di sicurezza, si apre la strada alla morte.
Quando si risparmia sulle vie di fuga, si condanna chi entra.
Quando si gioca con il fuoco – letteralmente – in un locale affollato, non si può parlare di sfortuna.
La verità è semplice e brutale: questa tragedia non doveva accadere.
E proprio per questo, non può essere dimenticata.

Michelangelo Milazzo

Giornalista professionista

Pin It on Pinterest