Palermo e il continuo utilizzo di armi. Anche la notte di San Silvestro

PALERMO (1 gennaio 2026) – C’è un proiettile, piantato nel muro di un appartamento al secondo piano di un condominio in un rione popolare di Palermo, che dovrebbe farci vergognare tutti. Non solo l’imbecille che ha sparato nella notte di San Silvestro, trasformando un balcone in una postazione da fuoco. Non solo chi ha visto e ha preferito girarsi dall’altra parte. Quel colpo non è un incidente: è il sintomo di una malattia che continuiamo a ignorare.
Gli abitanti di quell’appartamento erano fuori a festeggiare. Se fossero rimasti in casa, oggi Palermo piangerebbe l’ennesima tragedia annunciata. Eppure, anche di fronte all’ennesimo miracolo, c’è chi minimizza, chi parla di “tradizione”, chi liquida tutto con un’alzata di spalle. È questa la parte più inquietante: l’assuefazione.
La Polizia scientifica è prontamente intervenuta, ha fatto i rilievi, ha raccolto prove. Ma non basta più la professionalità delle forze dell’ordine. Non basta più la speranza che qualcuno parli. Non basta più aspettare che l’autore venga identificato. Perché il problema non è solo chi ha premuto il grilletto: il problema è un’intera città che continua a tollerare l’intollerabile.
Ogni Capodanno, Palermo si trasforma in un poligono a cielo aperto.
Ogni anno contiamo i colpi, i feriti, i miracoli.
Ogni anno ripetiamo le stesse frasi indignate.
E ogni anno, puntualmente, non cambia nulla.
La verità è semplice e scomoda: non abbiamo più scuse.
Non possiamo continuare a raccontarci che “è sempre stato così”.
Non possiamo accettare che la stupidità armata diventi folklore.
Non possiamo permettere che la paura diventi routine.
Chi ha sparato è un criminale, non un festaiolo. E chi sa e tace è complice, non spettatore.
Palermo deve decidere cosa vuole essere: una città adulta o un eterno adolescente che gioca con le pistole e poi si stupisce quando qualcuno rischia di morire. Perché crescere significa assumersi responsabilità, rompere il silenzio, pretendere sicurezza, denunciare chi mette a rischio la vita degli altri.
Quel proiettile non è solo un colpo sparato in aria.
È un messaggio.
E dice che Palermo è ancora ostaggio di una minoranza rumorosa, violenta, arrogante. Una minoranza che non può e non deve più dettare le regole.
Il 2026 è iniziato con un muro perforato.
Sta a noi decidere se lasciare che il prossimo colpo perfori una vita.

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Michelangelo Milazzo

Giornalista professionista

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