Hormuz, cerniera tra Golfo Persico e dell’Oman: a rischio il commercio globale

Quando uno stretto strategico si infiamma, non è soltanto la geopolitica a cambiare: si altera la geometria stessa del rischio che sostiene il commercio globale. Lo stretto di Hormuz, cerniera tra Golfo Persico e Golfo dell’Oman, è oggi il punto in cui questa trasformazione si manifesta con maggiore evidenza. Qui non si decide solo il destino del petrolio, ma la tenuta di un sistema che vive di continuità, prevedibilità e fiducia. Ogni tensione militare incrina questi tre pilastri e costringe armatori, noleggiatori, assicuratori ed equipaggi a muoversi in un terreno dove le regole restano le stesse, ma la loro applicazione diventa più incerta.

La prima conseguenza è la paralisi operativa: navi ferme, rotte deviate, consumi di carburante che esplodono, premi assicurativi che lievitano. Per un armatore, decidere se proseguire, attendere o circumnavigare l’Africa non è mai una scelta puramente tecnica. È un esercizio di equilibrio tra obblighi contrattuali, coperture assicurative e responsabilità verso equipaggio e carico. Ogni decisione può essere contestata: proseguire potrebbe esporre la nave a un rischio prevedibile; deviare potrebbe essere interpretato come un inadempimento. Le clausole su guerra, porti sicuri, forza maggiore e impossibilità sopravvenuta diventano improvvisamente centrali, trasformando la crisi geopolitica in una disputa sulla distribuzione dei costi.

In questo scenario, gli equipaggi sono la componente più vulnerabile. L’instabilità prolunga gli imbarchi, ritarda i cambi, complica i rimpatri. Eppure la tutela dei marittimi non è in contraddizione con la continuità dell’attività economica: entrambe dipendono da decisioni statali e da eventi che sfuggono ai contratti. Il punto è trovare un equilibrio tra protezione delle persone e sostenibilità delle operazioni. L’ITF, attraverso l’International Bargaining Forum, definisce aree ad alto rischio e prevede indennità, coperture aggiuntive e, in casi estremi, il diritto del marittimo a rifiutare l’ingresso in zona di guerra. Ma queste garanzie non sono universali: altrove valgono la Maritime Labour Convention, la legge di bandiera e i contratti individuali.

Sul piano giuridico, il riferimento resta l’UNCLOS. Hormuz è uno stretto destinato alla navigazione internazionale e il passaggio in transito non può essere ostacolato. Tuttavia, il diritto al passaggio non elimina il rischio: lo affianca. In caso di conflitto, le norme sul mare devono convivere con il diritto internazionale umanitario, la neutralità e le regole della guerra navale. Una nave mercantile non diventa automaticamente un obiettivo militare: contano condotta, carico, destinazione. Ma la sola presenza in un’area ostile rende più complessa la valutazione preventiva del comandante.

La crisi di Hormuz non resta confinata al Golfo: si riflette sul Mar Rosso, su Bab el‑Mandeb, sul Golfo di Aden. La deviazione verso il Capo di Buona Speranza allunga i viaggi di settimane, aumenta i costi e scarica l’instabilità lungo l’intera catena logistica, fino al consumatore. E concentra il traffico in aree dove la pirateria, distinta dagli attacchi con finalità politiche, può trovare nuove opportunità.

La lezione è chiara: la sicurezza marittima non coincide con la semplice apertura delle rotte. Richiede regole certe, cooperazione tra Stati, coperture adeguate e scelte proporzionate degli operatori. La vera sfida non è mantenere Hormuz aperto a ogni costo, ma impedire che il prezzo della sua instabilità ricada in modo sproporzionato su uno solo dei soggetti coinvolti. In un mondo che vive di mare, la distribuzione del rischio è la nuova frontiera della politica internazionale.

Michelangelo Milazzo

Giornalista professionista

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